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Fabrizio Plessi

Nasce a Reggio Emilia nel 1940.
Si forma al Liceo Artistico e all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove, in seguito, sarà titolare della cattedra di pittura. Nel 1969 frequenta il Centro Video Arte di Ferrara con Lola Bonora.
E' uno dei primi artisti italiani ad utilizzare le nuove tecnologie nell'arte.
Alla fine degli anni Sessanta comincia a realizzare video - installazioni.
Il mondo di Plessi è allo stesso tempo tecnologico, arcaico ed elementare: le sue immagini video descrivono elementi ancestrali come il fuoco e l'acqua che si intrecciano ad elementi antichi come il ferro, la pietra, il legno, il marmo. L'acqua rappresenta la vita, l'elemento salvifico; il fuoco la forza distruttiva. Famosa la mostra WaterFire a Palazzo Correr di Venezia (2001) dove vampate di fuoco e cascate d'acqua, simulate attraverso LED luminosi, riempivano le finestre dell'Ala Napoleonica del Museo Correr in Piazza San Marco.



Mostre recenti

1998

Bologna, Arte Fiera, Progetti del Guggenheim SoHo
Wien, Kunsthistorischeees Museum, L'Arca dell'Arte
New York (USA), Guggenheim Museum SoHo

1999

Roma, Quadriennale Award
Berlino, Sony Center
Bruxelles, Canal Gallery

2000

Bologna, Arte Fiera, Personale Galleria Traghetto
Bologna, Palazzo d'Accursio, Naufragio della pittura
Pittsburg (USA), Wood Gallery
Milano, Palazzo La Permanente, Reflecting Water
Hannover, Padiglione Euregio, Geografia Liquida Hannover
Koln, Art Cologne, , Personale Galleria Van der Koelen
Roma, Collezione Ministero degli Esteri, La Farnesina

2001

Cairo, Biennale del Cairo
Venezia, Fondazione Peggy Guggenheim, L'enigma degli Addii
Ravenna, Loggetta Lombardesca, Teatro elettronico della memoria
Venezia, Museo Correr e Piazza San Marco, Waterfire
Bilbao, Museo Guggenheim, Roma II

Nel 2002 è prevista una mostra dedicata all'artista presso le Scuderie del Quirinale a Roma.


L'enigma della creazione
di Giorgio Cortenova

Ho sempre percepito, davanti alle opere di Fabrizio Plessi, il brivido della materia che combatte con la forma e della forma che scivola al di là della materia. Ma mi accorgo di non essere preciso. Infatti, forma e materia sono di per se stessi concetti fragili, tipologie antiche e pertinenti fin che si vuole, ma che non esauriscono il problema. Tuttavia di qualche passo ci avvicinano al clima in cui si sviluppa il suo lavoro. Proprio in rela-zione ai principi della forma e della materia, il nostro artista appare infatti muoversi, fin dalle prime espe-rienze, lungo un percorso affatto singolare e con una particolarissima autonomia rispetto a quanto intanto si dibatteva nel contesto internazionale tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima dei Settanta.
A volerla "narrare", questa differenza, ci spingeremmo troppo oltre. Ma a volerne invece tracciare le linee fondamentali, sarebbe invece sufficiente avvalerci del principio stesso della metafora, o comunque dell' "af-fabulazione", che per Fabrizio Plessi è un mezzo espressivo insopprimibile, elastico fin che si vuole, ma ri-spondente alla "responsabilità" stessa del fare arte.
In altre parole, Plessi appare subito in grado di lasciarsi contaminare, di assecondare l'attraversamento del discorso da parte della narrazione estesa o sottesa al "testo" primario del linguaggio. E così dicasi per la for-ma, antico "incubo" dell'arte italiana, che non viene semplicemente abbandonata o scalfita dalla liquidità precaria degli elementi, ma viene invece riformulata come scandalosa assurdità del "racconto", come contur-bante "luogo" dell'enigma: luogo, appunto, di attraversamenti; enigma di una costruzione patafisica del rac-conto. Perciò gli elementi della natura, anziché incorrotti epigoni dell'epifania del mondo, si caricavano fin d'allora di un'impraticabilità e di un'improbabilità del tutto simili a quelle della forma.
Non vi era nulla, insomma, che non entrasse in crisi, nulla che salvaguardasse questo nostro moderno Lord Chandos dalla sfrontata e scandalosa incontrollabilità delle cose: non le forme del mondo, ma nemmeno gli elementi scorrevoli, come appunto l'acqua; non le cose e le "macchine" attese a rieditarle sotto altra veste, ma nemmeno il linguaggio pertinente alla loro rigenerazione. Nulla di "innocente" transitava infatti nei suoi pro-getti e nelle sue realizzazioni. Nulla di primordiale che non fosse previsto dalla contaminazione degli enigmi; nulla di ancestrale che non s'iscrivesse nella messa a morte del mondo logico e nella progettazione della fine.
Perfino il mito - e qui il problema entra in un girone profondo del pensiero - non poteva sfuggire ad un simi-le, disperato ed insieme lirico, sentimento del mondo. E' quanto Plessi sottolinea nella più recente e straordi-naria stagione creativa. Perfino il mito, dicevo, e mi riferisco al fuoco, alle bocche d'implosione e d'esplosio-ne, alle compressioni catodiche che costituiscono una simbiosi strutturale con il cavo misterioso dei tronchi o con la fucina sotterranea dell'era digitale. Tutto viene compresso nella culla del linguaggio: è linguaggio il fuoco in quanto mito, ma allo stesso tempo lo è il fuoco nella sua realtà fisica. Vero è che Plessi ricarica di epicità, di rumorose energie e di affogate rimembranze la virtualità dei mezzi elettronici, l'inesausta produ-zione dei fantasmi digitali.
Tutto ciò che avviene appartiene dunque al linguaggio, ma questo è tutt'altro che un asettico apparato di si-gnificati: il linguaggio, per Fabrizio Plessi, è una macchina che incalza, sporca, rilancia nella bruciante fuci-na dei segni il respiro di una metafora antica ed inesausta, l'epifania degli elementi primordiali e l'energia terrestre dei grandi cicli epici al cui centro si perpetua l'enigma della creazione: appunto la scandalosa enig-maticità dell'arte.

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