Indietro
 
Rodolfo Aricò

Rodolfo Aricò nasce a Milano nel 1930. Dopo aver frequentato il Liceo artistico di Brera, nel 1950 si iscrive alla facoltà di architettura al Politecnico. Inizia a dipingere intorno alla metà degli anni Cinquanta. Nel '59 tiene la prima personale alla Galleria Annunciata di Milano. Le opere del '58-'59, con i loro tormentati grovigli segnici, guardano all'informale di Wols e Scanavino. Di qui la pittura di Aricò muove verso un linguaggio mobile, metamorfico, sospeso tra astratto e figurativo, traccia e racconto, sull'esempio di Arshile Gorky (Possibilità di un'indagine,1960).
Tra il '62 e il '63 strisce verticali compaiono a scandire lo spazio fluido delle tele, seguite da superfici quadrettate e rettangoli posti in diagonale che il colore, debordante, scavalca (Trittico dell'esistenza, 1964). Nella pittura di questi anni Sessanta vi è anche traccia della fascinazione che Robert Delaunay - con le sue geometrie orfiche - esercita sull'artista; a partire da essa Aricò sviluppa complesse proiezioni geometriche sulla figura del circolo. Ne scaturisce una forma ibrida (una sorta di cerchio raddoppiato - tipo capsula da antibiotico) che rimarrà cifra costante del suo sistema pittorico. Intorno alla metà degli anni Sessanta comincia a realizzare le 'pitture-oggetto': tele di grandi dimensioni sagomate secondo moduli geometrici (frutto di sperimentazioni su assonometrie, diagrammi, spettri ottici) su cui stende il colore, piatto, omogeneo. La tela da supporto neutro, luogo tecnico dove di manifesta l'immagine, 'contenente di rappresentazione', diviene oggetto artistico significante, autonomo (L'oggetto non-oggetto - dedicato a Kazimir, 1967).
L'adozione di un linguaggio 'primario', mentale, estraneo ad ogni intento riproduttivo o allusivo, così come l'enfatizzazione dei mezzi del dipingere che divengono i valori cardine dell'opera, spingono la critica a collocare il lavoro di Aricò nel solco della cosiddetta pittura-pittura, o pittura analitica, un'arte autoriflessiva concentrata sulle proprie strutture grammaticali e sintattiche.
Nel corso degli anni Settanta nelle opere di Aricò compaiono frequenti riferimenti all'arte del rinascimento (Quattrocento; Prospettiva per Paolo Uccello, 1970).
Per l'artista non si tratta di ricalcare modelli del passato, ma piuttosto di inventare forme e prospettive ideali con la stessa attitudine speculativa che l'arte e l'architettura umanistica hanno sviluppato, cosicchè i luoghi e le figure diventano concetti.
Aricò dipinge ora a spruzzo con una pompa di quelle che si usano in campagna per ramare le viti. La componente non uniforme, disomogenea, incontrollabile della cromia bilancia in qualche modo la rigida progettualità del supporto sagomato.
Nel 1974 tiene la sua prima antologica a Palazzo Grassi a Venezia. Nel '75 partecipa a Empirica: l'arte tra addizione e sottrazione a Rimini e al Museo di Castelvecchio di Verona. Verso la fine degli anni Settanta dà vita ad opere di grandi dimensioni che rappresentano una sorta di contaminazione tra pittura, scenografia e architettura (Scena di Ravenna, 1978; Scena di Mantova, 1980). Nel corso del decennio successivo la fisicità del colore, diluito e steso a chiazze, ondeggiante e irregolare, prende il sopravvento sulla dimensione 'mentale' della struttura (Con gli occhi spalancati nel buio, 1986), si ispessisce e si anima di rabbiosi dinamismi (Fuori posto, 1990).
Rodolfo Aricò muore a Milano nel 2002.

Indietro