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Vanessa Beecroft

Vanessa Beecroft nasce a Genova nel 1969, dove frequenta il liceo artistico Nicolò Barabino. Si diploma all'Accademia di Brera a Milano nel 1994. Vive e lavora a New York. I mezzi d'espressione dell'artista italo-inglese corrispondono ad alcuni dei significati della parola "picture": pittura, disegno, film, fotografia. Fin dagli esordi la Beecroft pone degli interrogativi circa l'identità femminile; nella sua prima mostra alla Galleria Inga-Pinn di Milano (1993) presenta, a testimonianza della propria lotta contro l'anoressia, un estratto dei suoi diari dal 1985 al 1993 in cui descrive in modo dettagliato i cibi e le bevande che consuma ogni giorno. A completare la performance, intitolata Film, una trentina di ragazze, amiche e colleghe dell'artista, vestite dei suoi abiti, si dispongono, a mo' di pubblico intorno al diario e ad una serie di disegni dai tratti delicati e leggeri che riproducono figure femminili: "Decisi di esporre una copia dattiloscritta di quanto mangiavo quotidianamente. Erano dati scientifici. Non la definirei un'opera, ma un'ossessione. Scrivere mi aiutò a liberarmene e mi suggerì per la prima volta di esibire le ragazze, vestite con i miei indumenti."
L'ossessione contemporanea per la perfezione del corpo rimane tema centrale di tutta la sua opera. Ognuna delle sue performances, dei suoi video, delle sue fotografie ha per oggetto gruppi di ragazze nude, in biancheria intima alla moda, in uniforme, issate sui tacchi di sandali e sabots griffatissimi, in testa vistose parrucche colorate.
Si tratta di modelle scelte dall'artista sulla base di alcune caratteristiche fisiche comuni che si muovono lentamente nello spazio deputato all'happening (quello di un museo o di una galleria d'arte), diafane e assorte, obbedendo ad una precisa coreografia iterativa: "Le ragazze, il mio materiale base []. Si collocano a metà strada tra l' immagine di me stessa e i personaggi di un quadro; parto da questi elementi, sette o undici figure che devo distribuire nello spazio, come in un dipinto, e poi penso ad un colore, come in una composizione classica". E ancora : "Cerco fattezze tipiche e seguo alcuni dettagli per raccogliere una sorta di diario di famiglia; poi generalmente dò alle persone parrucche da indossare per renderle più vicine ad un disegno e allontanarle dalla vita reale. Nessuno recita, non accade niente; non iniziano e finiscono nulla. Vengono soltanto cliccate e poi chiuse per scomparire come il quit di un computer." Le ragazze non interagiscono con il pubblico, né parlano tra di loro, immote e imperturbabili come figure strappate ad antiche tele e premiate dalla terza dimensione. Comunque irraggiungibili, la loro fisicità è esibita senza alcuna connotazione sensuale ed erotica, ma è semmai rivolta a mostrare una forma di moderna alienazione. Attraverso i suoi provocatori tableaux-vivants, la Beecroft consegna allora alla storia, decretandone l'estinzione, il mondo effimero, patinato, autoreferenziale dello star system modaiolo, quello delle indossatrici, degli stilisti, delle sfilate, e lo fa portando nelle gallerie e in luoghi istituzionali (Biennale di Venezia, 1997; Salomon R. Guggenheim Museum, New York, 1998; Galleria Massimo Minini, Brescia, 1999; Gagosian Gallery, Londra, 2000; Museum Moderner Kunst, Vienna 2001; Palazzo Ducale di Genova, 2001) le modelle, automi esangui, bellezze senza passioni e senza scopo.
Altrove, attratta dal mondo del cinema e in particolare dal filone che contesta la guerra - da Full Metal Jacket a Saving private Ryan (per la Beecroft le nostre letture o i film che vediamo sono esperienze altrettanto importanti quanto gli avvenimenti realmente vissuti) - la sua vis dissacrante investe i miti della forza, della virilità e del potere, un universo che ormai tradisce i segni dell'agonia. E' così che come controparte alle sue delicate fanciulle, in occasione di una performance alla Galleria Analix di Ginevra (1999) e al Museo dell'Aviazione Americana di New York (2000), mette in passerella i marines americani con le loro scintillanti uniformi.

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