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Botto&Bruno

Gianfranco Botto nasce nel 1963 a Torino. Roberta Bruno nel 1966 ancora a Torino, dove entrambi vivono e lavorano. Si esprimono per mezzo del video e della fotografia riportata su plexiglas, PVC, vinilico, similpelle, in forma di wall paper.
La loro collaborazione inizia nel 1992 e da allora il lavoro si concentra sulla raccolta di immagini fotografiche scattate in ambienti di periferia urbana (fabbriche dismesse, asili, scuole, edifici disabitati, strade deserte).
"La nostra ricerca fin dagli inizi si è rivolta a quelle zone d'ombra, a quel paesaggio indesiderato apparentemente anonimo dove vive la maggior parte delle persone e cioè la periferia. Essere nati in questi luoghi ha sicuramente influito sulla nostra ricerca. Ci siamo concentrati su ciò che ci era più vicino, ma anche su quello che ci spaventava di più: appartenere a degli spazi anonimi dove i luoghi e anche le persone facevano parte di un unico scenario senza sfumature. Invece di abbandonare questa condizione e allontanarsi il più possibile abbiamo deciso di rimanere e affrontare i nostri dubbi".
Così gli artisti descrivono il processo della loro creazione: "Il nostro lavoro inizia scattando numerose fotografie degli spazi che ci interessano; tali fotografie virate con dei cromatismi particolari vengono poi in studio tagliuzzate e rimontate da noi senza l'utilizzo del computer. Dopo questa operazione inizia il ritocco manuale del progetto. Il risultato è un paesaggio virtuale, non esistente nella realtà, formato però da tanti piccoli frammenti reali; [...] le architetture, le figure si ritrovano a formare un luogo visionario costituito da paesaggi geograficamente lontani tra di loro".
Nei loro video non fanno uso della cinepresa, bensì mettono "in animazione centinaia di fotografie con dissolvenza incrociata [...]". "Così come noi operiamo un processo di decostruzione della fotografia, allo stesso modo nei video attuiamo una decostruzione dell'immagine filmica quasi volessimo cercare di tornare alle origini del cinema".
I "wall - papers" che ricoprono sia le pareti che i pavimenti degli spazi espositivi suggeriscono "una visione malinconica e raggelata del mondo".
Lo spettatore si trova immerso in un paesaggio desolato abitato da figure senza volto, in un universo che sta in bilico tra bellezza e degrado, tra la città che avanza e la natura che si riappropria dei territori dimenticati, a terra oggetti perduti o abbandonati da una civiltà che non trattiene.
Il lavoro di Botto&Bruno si iscrive solo apparentemente nella tradizione realista: l'uso di colori acidi, l'attitudine a smembrare le immagini in frammenti di realtà per poi montarle a comporre ambientazioni oniriche, straniate, inquiete ci spingono a ricercare nell'insieme degli elementi del reale un senso più profondo e simbolico.
Più che descrivere, il loro sguardo sembra ricreare e condensare quella condizione di solitudine e di alienazione, di perdita di identità, di un vuoto senza nome che appartiene alla città post-moderna.

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