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Gino De Dominicis

Gino De Dominicis nasce ad Ancona nel 1947. Tiene la sua prima personale a soli diciassette anni alla Galleria D di Ancona. Nel 1964 si trasferisce a Roma, dove dà avvio a quella ricerca concettuale intorno ai temi della morte, della fine della storia, dell'immortalità, della creazione artistica come mezzo capace di arrestare l'irreversibiltà del tempo, che segnerà l'intero suo percorso artistico.
Eclettico per natura, ricorre ai più svariati linguaggi espressivi, dai più rarefatti e mentali (disegni leggeri e quasi invisibili), ai più concreti e reali (fotografie, filmati che riprendono happenings). Procede per paradossi e sfide al comune buon senso. Nel 1971 con la performance Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell'acqua, dimostra, su di un piano simbolico, che la creazione artistica consente di realizzare l'improbabile e di confutare l'irreversibilità dei fenomeni (l'arte come pratica misterica). In occasione della sua prima mostra romana (Galleria L'attico, 1969) espone una serie di oggetti invisibili (Cubo e cilindro invisibili, Piramide invisibile), la cui sola base appare disegnata sul pavimento della galleria e, a fine promozionale, stampa una serie di locandine con il proprio necrologio.
Nel 1970, ancora alla galleria L'Attico, espone Lo Zodiaco (vivente) dove i diversi segni astrali sono presenti in carne ed ossa: due gemelli, un leone in gabbia, una bambina (vergine).
Nello stesso anno concepisce Mozzarella in carrozza, una vera mozzarella poggiata sul sedile posteriore di una vecchia carrozza. Alla Biennale di Venezia del '72 suscita scandalo con l'installazione Seconda risoluzione di immortalità (l'universo è immobile), protagonista il signor Paolo Rosa di Venezia, un ragazzo down che siede davanti ad un cubo invisibile, ad una palla di gomma, ad una pietra.
Le provocazioni incalzano. Nel '77 l'artista fa scomparire una persona durante una performance (Atto di sparizione), nel '79 presenta alla Galleria Mario Peroni di Roma le Statue invisibili (ciabatte su piedistallo + paglietta che cala dal soffitto). La pratica dell'invisibilità è del resto assunta dall'artista come modus vivendi; egli evita infatti di fornire dettagli sulla sua biografia, non ama che siano pubblicate monografie e cataloghi sulle sue esposizioni e negli ultimi vent'anni partecipa a poche, selezionatissime collettive internazionali (l'ultima è stata la Biennale di Venezia del 1997).
Intorno alla metà degli anni Ottanta riaffiora, in una serie di tavole a tempera nera, il mito sumero di Urvasi (dea della bellezza) e Gilgamesh (re della Mesopotamia che ricercò l'erba della vita e l'immortalità del corpo), affrontato per la prima volta da De Dominicis in un lavoro fotografico del 1969; l'artista lavora inoltre alle iconografie di personaggi dai lunghi nasi affilati. La sua corrosiva ironia si scatena ancora in occasione di una mostra al Centre National d'Art Contemporain di Grenoble (1990), dove espone uno scheletro umano di 24 metri, circondato da dipinti e sculture.
Gino de Dominicis muore a Roma nel 1998. Nel 1999 la Biennale di Venezia gli dedica una sala retrospettiva.

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