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Igino Legnaghi

Igino Legnaghi nasce a Verona nel 1936. Frequenta l'Istituto d'Arte Nani e, contemporaneamente, l'Accademia di Belle Arti Cignaroli di Verona. Giovanissimo, apprende le tecniche della lavorazione dei metalli nel laboratorio del padre, argentiere e cesellatore. Nel 1966 partecipa alla XXIII Biennale di Venezia nella sezione Arti Decorative e nel '67 tiene la prima personale alla Galleria Ferrari di Verona.
Tra il 1967 e il 1969 soggiorna negli Stati Uniti, realizza un pannello murale in metallo per il New School Art Center di New York ed espone alcune opere presso il Chicago Art Institute.
Esordisce intorno alla metà degli anni sessanta con una serie di sculture in ferro smaltato e acciaio inox (Mondriana, '64; Marylin, '65; Uno sguardo dal ponte, '65) costituite da moduli geometrici - cubi, losanghe, aste, piani, lamiere pieghettate come scale - dipinti di giallo, rosso e nero con vernici industriali. A partire dal 1967 l'artista realizza una ciclo di opere dominate da tre elementi formali fondamentali - il piano, il cubo e il nastro a zig-zag - servendosi di materie preziose.
Le sculture in oro, argento, rame, bronzo, acciaio, parlano di una relazione più diretta e immediata con i materiali e i loro colori.
Discorso ai margini (1968) segna il distacco, da parte dell'artista, dalla preziosità, dalla sensualità e dalla piacevolezza cromatica, decorativa e formale, che caratterizzano la precedente produzione. L'opera è articolata essenzialmente su due piani in anticorodal anodizzato: un piano orizzontale nero rettangolare di grandi dimensioni disteso al suolo, lungo il quale scorre un nastro chiaro che, percorso un breve tratto, si innalza verticalmente. Un territorio minimale delle forme, purificato, rigoroso, mentale. Nasce una serie di sculture a parete, enormi lastre di acciaio inossidabile lucidissimo che riflettono misteriosamente lo spazio circostante, attraversate da superfici nere in anticorodal e da bande a zig-zag (La grande onda, 1970). Segue una fase contrassegnata dall'uso esclusivo del nero e di tecnologie industriali (Storta da una parte, 1971, L'angolo di Igino, 1971).
Al centro della ricerca di Legnaghi sta ora il rapporto tra il materiale prescelto (l'anticorodal), la tecnologia attraverso la quale viene lavorato (le macchine alesatrici) e le possibilità formali che ne scaturiscono. Strutture formali limpide, semplici lastre poligonali sottilmente incise, attraversate da un taglio che è segno di un pensiero che non compone in superficie, ma penetra, frammenta e ricostruisce. Tra il '72 e il '73 le opere si aprono per articolarsi nello spazio con un movimento centrifugo fatto di proiezioni e dislocazioni. Il carattere progettuale e ideativo di queste sculture è regolato da un processo di automatizzazione delle varie fasi esecutive.
Il progetto è memorizzato per mezzo di un sistema di perforazione su nastro che viene poi inserito nelle macchine alesatrici automatiche. Questi lavori appaiono intensi e drammatici pur senza ostentazione espressionistica e rivelano, nella loro sobrietà, uno straordinario potenziale magico e poetico.
A partire dal 1978 Legnaghi sostituisce l'anticorodal anodizzato con il ferro naturale, le tecniche automatizzate con la saldatura. L'artista dichiara: "Il concetto che muove le sculture di oggi, quelle realizzate in ferro, tiene conto in maniera duplice della storia: quella generale e quella della scultura. Mi sembra che il ferro, così antico e originario, ma anche originale, abbia la capacità di raccontare la storia sia nella sua forma, sia nella sua presenza diretta (per come è e si vede, o si tocca)".
Il ferro reperito nel momento della sua demolizione, al fine di un ciclo di utilizzazione industriale, sembra significare il ritrovamento di un'origine, si impone con il senso del proprio peso e della propria storia e diviene luogo della coscienza.
Le grandi lamiere corrose ricavate da navi in disarmo, le imponenti masse ferrose sprigionano un'energia elementare e determinano, nel loro architettonico intersecarsi di piani, un ampio coinvolgimento spaziale.
In Sulla via di Damasco (1989) - un'opera che nella sua struttura semplicissima denuncia la propria costruttività manuale - il ferro è il significato e la forma, dice l'opera, imprigiona il nostro sguardo in una distesa di ruggine dalla forza misteriosa.
Tra il 1989 e il 2001 Legnaghi è titolare della cattedra di scultura all'Accademia di Brera. Nel 1991 torna a sperimentare le possibilità spaziali del piano, posto verticalmente di fronte all'osservatore utilizzando il ferro zincato a caldo, con cui dà vita ad opere scabre caratterizzate da un rigoroso ordine formale, da superfici fredde e luminose, da una magia raffinata ed austera. A partire dal 1995 si serve di materiali quali l'alluminio, il rame e l'ottone che lavora con l'ausilio delle macchine già utilizzate nel corso degli anni settanta.
Igino Legnaghi vive e lavora a Verona.

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