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Giorgio Olivieri

Giorgio Olivieri nasce a Verona nel 1937. Si diploma all'Istituto d'Arte "Venturi" di Modena e nel 1960 inizia la sua attività espositiva.
Nel giro di alcuni anni si fa interprete di quel clima di azzeramento aniconico che segue l'onda calda dell'azione informale e che privilegia la pittura come procedimento analitico, indagine intorno ai suoi strumenti, ai suoi segni, alla sua sintassi, alle sue specificità.
Nei primi anni settanta realizza una serie di quadri-oggetto, geometrici, componibili, strutture nitide hard-edge, dove la superficie monocroma e à plat (tesissima, imbevuta di colori e velature che enfatizzano la tessitura della tela) è interrotta da strisce dipinte, spaghi o dai profili dei diversi telai sagomati e giustapposti. Superata la metà del decennio, bande multicolori prendono ad animare i fondi monocromi e purissimi delle tele, ponendosi ai loro margini, sui risvolti fissati al telaio di legno; esse sottolineando il vuoto che si apre al centro dell'opera e insieme rimandano - proprio in virtù della loro natura periferica - oltre la superficie, rifiutandone la tirannia, così che "il luogo si espande, s'immedesima nella liquidità dell'aria e della luce" (come osserva Giorgio Cortenova nel testo introduttivo al catalogo della mostra del '79 alla Galleria la Polena di Genova).
Bastoncini di colore fanno il loro ingresso nelle superfici acriliche dei primi anni ottanta, sempre a connotare i bordi del campo, aste geometriche che intorno al 1984-'85 si dispongono dentro o intorno a stesure cromatiche liquide, immagini trascoloranti in distese di azzurri, verdi rossi e viola. Il colore, un'onda fluida, trasparente e leggera, si espande rompendo gli argini del rigore, eludendo ogni configurazione rigidamente formale, coinvolgendo anzi le bande colorate nell' eccitata epifania della pittura.
Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta Olivieri dedica alcune opere agli elementi primari della natura (terra, acqua, aria, fuoco), immagini vaporose, allusive, gravide di luce, memori delle nebbie di Turner e dell'ultimo Monet. Più in generale i dipinti di questo periodo esibiscono matasse di colore sontuose, filamentose, arroventate e dinamiche, solo in parte sorvegliate dai contorni lineari e geometrici che le delimitano, contrapponendole agli sfondi. L'opera si configura come tensione dialettica tra ragione ed emozione.
Tra il 1996 e il '97 Olivieri si dedica ad una singolare sperimentazione sugli oggetti dismessi del quotidiano (estintori, telefoni, biciclette, padelle, mappamondi, sedie, ecc.) sottoponendoli ad una metamorfosi strutturale: li avvolge, li stringe con una corda, ma con intenzioni distantissime dalla provocazione dadaista, attivando semmai un procedimento di riduzione 'catartica' della tridimensionalità aggressiva delle cose alle ragioni della superficie.
Le opere pittoriche più recenti caratterizzate da spessori materici (con impasti acrilici, sabbie, spago su tela e cartone) esibiscono immagini frammentate, stratificate, cromie autunnali e terrose capaci di evocare memorie e suggestioni lontane.
Giorgio Olivieri vive e lavora a Verona.

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